Se ti affacci alle finestre de The Court of Marga a Miane e guardi oltre i filari di vite, noterai sicuramente dei grandi alberi monumentali, nodosi e fieri, che gli anziani qui chiamano ancora con profondo rispetto “i morèer”. Sono i gelsi. Oggi li vediamo come splendidi guardiani del paesaggio, ma fino a pochi decenni fa erano i pilastri di un’epopea economica, scientifica e umana che ha cambiato per sempre il destino del Veneto.
Per riscoprire questo mondo sospeso tra il calore delle cucine contadine e il vapore delle grandi fabbriche, devi spingerti fino alla frazione di San Giacomo di Veglia, a Vittorio Veneto. Lì, all’interno di un imponente monumento di archeologia industriale, sorge il Museo del Baco da Seta.
Preparati a un viaggio emotivo e profondo: questa non è la cronaca di un’industria estinta, ma il racconto di come un intero popolo abbia sconfitto la miseria aggrappandosi a un sottilissimo filo di seta.
Il museo trova la sua collocazione ideale all’interno della ex Filanda Maffi (già Banfi). Non si tratta di uno spazio espositivo qualunque, ma di uno dei complessi industriali più consistenti, antichi e architettonicamente suggestivi dell’intera Sinistra Piave.
Dismessa definitivamente negli anni ’60 del Novecento con l’avvento delle fibre sintetiche come il nylon, la filanda è un monumento che respira ancora la storia. Varcando la soglia, sarai avvolto da grandi altezze, enormi finestre progettate per catturare ogni barlume di luce naturale e pavimenti in pietra logorati dal passaggio. In questo silenzio solenne, sembra quasi di sentire ancora l’eco degli zoccoli di legno sul pavimento, il sibilo costante delle caldaie a vapore e l’odore pungente dei bozzoli. L’archeologia industriale qui si fa carne e memoria.
La prima parte del percorso documenta un legame simbiotico e quasi sacro tra la scienza e la vita contadina. Dalla fine del Diciottesimo secolo fino ai primi decenni del Ventesimo, la bachicoltura è stata la principale risorsa economica della zona. E tutto cominciava all’interno delle case coloniche, in primavera.
Il ciclo iniziava con l’acquisto delle minuscole uova del baco, chiamate poeticamente “semenza”. Per farle schiudere, era necessaria una temperatura costante che le fredde case contadine di un tempo non potevano garantire. Ecco allora l’intuizione antropologica: erano le donne della famiglia – madri, nonne, figlie – a custodire i piccoli foglietti con le uova sotto i vestiti, direttamente a contatto con la pelle del petto, oppure sotto i materassi, per sfruttare il calore umano.
Una volta nati, i bachi (i cavalieri, come venivano chiamati con rispetto) occupavano ogni spazio disponibile. Intere case venivano svuotate dei mobili per fare posto ai graticci di canne. Le famiglie vivevano stipate in cucina pur di lasciare le stanze da letto ai bachi.
Il museo documenta con foto storiche e attrezzi d’epoca la fatica immane della brucatura: uomini e bambini passavano le giornate arrampicati sui gelsi a raccogliere tonnellate di foglie fresche. Gli anziani ricordano ancora che, quando si entrava in quelle stanze nel momento di massimo appetito dei bachi, nel silenzio si sentiva un fruscio costante, nitido e ipnotico. Sembrava il rumore di una pioggia estiva che batteva sulle foglie: erano migliaia di bocche che tessevano la ricchezza della famiglia.
Se il baco cresceva in campagna, il miracolo industriale si compiva in filanda. Vittorio Veneto raggiunse in questo campo livelli di avanguardia a livello nazionale, diventando il motore produttivo della provincia. Ma la vera spina dorsale di questo impero economico fu l’occupazione femminile.
Le protagoniste assolute erano le filandere. Ragazzine spesso non ancora adolescenti, madri e anziane che passavano dodici ore al giorno in piedi, in ambienti saturi di umidità e vapore. Il loro compito richiedeva una sensibilità tattile e una grazia fuori dal comune: dovevano immergere le mani nude nell’acqua quasi bollente dei bacini per scottare i bozzoli, trovare il microscopico “capofilo” e guidarlo con dita agili verso i fusi della macchina, evitando che il filo si spezzasse.
Le loro mani erano perennemente piagate, arrossate e prive di strati di pelle a causa dell’acqua bollente e della sericina. Eppure, quelle donne hanno compiuto una rivoluzione sociale silenziosa: per la prima volta nella storia del Veneto rurale, la donna portava a casa un salario fisso in denaro. La filanda, pur nella sua durezza, divenne il primo luogo di emancipazione, solidarietà e riscatto femminile.
Per farsi coraggio, per sconfiggere la fatica e per protestare contro i ritmi disumani dei sorveglianti, le donne cantavano. I canti della filanda – di cui il museo conserva registrazioni e testi – sono un patrimonio di una bellezza struggente: inni di fatica, canti di nostalgia, ma anche canzoni di feroce satira politica e sociale.
Ciò che rende il Museo del Baco da Seta un luogo vibrante ed emozionante è l’onestà della sua collezione. Non ci sono pezzi acquistati da collezionisti internazionali; ogni macchinario, ogni foto, ogni oggetto esposto è stato donato da privati, famiglie di ex operai e imprese locali che avevano operato nel campo bacologico.
Passeggiando tra le sale potrai ammirare:
Il museo assolve così al suo compito più nobile: non solo mostrare la tecnica scientifica della produzione, ma consegnare alle nuove generazioni il ricordo del mondo agricolo, industriale e sociale su cui è fondato il benessere di oggi.
📍 Informazioni pratiche per gli ospiti de La Corte di Marga:
- Dove si trova: Via della Seta, 23/6 – Frazione di San Giacomo di Veglia, Vittorio Veneto.
- Contatti: Telefono 0438 914024
- Il consiglio per la visita: È un museo straordinario da visitare anche con i bambini, che rimarranno affascinati dal ciclo biologico del baco. Prendetevi il tempo per ascoltare le testimonianze audio e guardare i filmati d’epoca. Per gli orari aggiornati, fate sempre riferimento al sito di coordinamento: www.turismovittorioveneto.it.
“Dopo aver ascoltato le storie di fatica, solidarietà e orgoglio delle filandere e aver scoperto il segreto del filo d’oro, il viaggio di ritorno verso Miane avrà una luce diversa. Guarderai i gelsi lungo la strada non più come semplici alberi, ma come testimoni viventi di una storia grandiosa. Ti aspettiamo nei nostrialloggi de La Corte di Marga, dove l’autenticità delle antiche strutture rurali accoglierà il tuo riposo, cullato dal silenzio delle nostre colline patrimonio UNESCO.”