Quando nel 2019 l’UNESCO ha iscritto “Le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene” nella prestigiosa lista del Patrimonio Mondiale, molti hanno pensato a un premio alla notorietà globale di un vino. Niente di più sbagliato. L’UNESCO non tutela i prodotti commerciali, né giudica la qualità delle bollicine.
L’organismo internazionale ha riconosciuto quest’area come un paesaggio culturale d’eccellenza, nato dalla combinazione tra una conformazione geomorfologica unica ed estrema delle Prealpi e il lavoro secolare dell’uomo.
In questo articolo analizziamo i pilastri scientifici, storici e antropologici che hanno spinto l’organismo internazionale a tutelare questo territorio secondo il Criterio V (un esempio straordinario di interazione virtuosa tra uomo e ambiente).
Il primo elemento di unicità è strutturale. Il sito si sviluppa su una serie di cordoni collinari paralleli definiti in geomorfologia hogbacks (creste a schiena d’asino).
Questi rilievi, nati dal sollevamento tettonico di antiche rocce sedimentarie, presentano una conformazione asimmetrica estrema: creste strettissime e versanti con pendenze che superano frequentemente il 50%, creando panorami mozzafiato.. Di fronte a pareti quasi verticali, l’agricoltura industriale moderna basata sulle macchine ha dovuto fermarsi. L’uomo ha dovuto adattarsi alla terra, rinunciando a spianarla.
(Se vuoi scoprire come sono nati e i sentieri più belli per esplorarli, leggi il nostro approfondimento completo sugli Hogbacks delle Colline del Prosecco).
Per riuscire a coltivare la vite su pendenze così impervie, i viticoltori storici non hanno usato la pietra, ma la terra stessa. È nata così la tecnica del ciglione.
Un altro motivo cardine della tutela UNESCO è la resistenza del territorio alla monocoltura intensiva. La struttura agraria, derivata dall’antico sistema della mezzadria, è fortemente frammentata e appare come una scacchiera geometrica vivente.
I piccoli vigneti adagiati sui ciglioni coesistono in perfetto equilibrio con boschi cedui, siepi, alberi da frutto e zone improduttive. Questa alternanza crea dei corridoi ecologici naturali che ospitano una ricca biodiversità di insetti impollinatori e avifauna, i quali agiscono come barriera biologica contro i parassiti della vite, limitando la necessità di trattamenti chimici massicci.
Sulle colline della Core Zone la meccanizzazione è tecnicamente impossibile. Ogni singola operazione – dalla potatura invernale alla gestione del verde, fino alla vendemmia autunnale – viene eseguita rigorosamente a mano.
Il contadino si fa acrobata, lavorando in condizioni di equilibrio precario sui Rive (i vigneti più ripidi). Questo legame fisico e viscerale tra l’operatore e la pianta garantisce una cura artigianale del paesaggio che si tramanda intatta da generazioni, opponendosi alle logiche di omologazione del mercato globale.
Questo è il vero miracolo visivo, la striscia di terra dove le colline sono così ripide da sembrare verticali. Parliamo di poco più di 9.000 ettari.
Subito sotto le colline ripide c’è una zona di pianura e di mezza collina che serve a fare da scudo. L’UNESCO la pretende per un motivo banale ma fondamentale: la cartolina non deve essere rovinata.
Questa è l’area più esterna. Non ha vincoli storici o di pendenza particolari, ma racchiude i centri urbani e i comuni limitrofi che hanno firmato un accordo d’onore.
Per capire davvero questo paesaggio senza annoiarsi con i manuali, bastano tre tappe geografiche:
L’UNESCO ha premiato questo posto perché se prendi un aereo e lo guardi dall’alto, vedi una gigantesca scacchiera verde dove l’uomo non ha violentato la montagna con il cemento, ma l’ha assecondata per cinque secoli, paese per paese, da Conegliano a Valdobbiadene.
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